L'Immonda

Una vicenda che narra di furie maschili verso una donna: ovvero, una storia senza tempo.
Questo romanzo si ispira a Caterina Picchena (figlia di Curzio, uomo dal carattere difficile eppure politico accorto dei granduchi medicei Francesco I, Ferdinando I e Cosimo II) ma non è una ricostruzione della sua vita a tutt’oggi abbastanza nebulosa. Ciò che di lei conosciamo lo dobbiamo, soprattutto, al volume La figlia del senatore Curzio Picchena (Milano, Sonzogno 1878) che Domenico Francesco Guerrazzi scrisse nel 1848 durante la sua carcerazione nella fortezza di Volterra.
Nella sua opera, Guerrazzi, tratteggia una figura libertina, inquieta e trasgressiva, ma anche vittima della propria bellezza e, dunque, facile preda, di desideri maschili come quelli che provò per lei Don Carlo Medici che, nelle vesti di innamorato respinto, pare sia stata la vera causa della sua carcerazione nel Mastio di Volterra. Ma Caterina Picchena fu anche donna colta che si trattenne spesso a conversare con Galileo Galilei, ospite nella villa di Bellosguardo a Firenze.
Tuttavia, queste vicende solo in parte entrano nel percorso narrativo della Caterina del romanzo. Partendo da una premonizione astrologica avversa formulata alla nascita – vero punto nodale nella vita della donna – l’Autrice ha voluto immaginare quanto questo responso abbia dovuto condizionare la vita di una donna nella Firenze del sec. XVII, al di là di qualsiasi sua indole e lignaggio. In quella Firenze che, dopo la morte del granduca Ferdinando I e, progressivamente con Cosimo II e, alla morte di questi, con la reggenza della madre Maria Cristina di Lorena e della moglie Maria Maddalena d’ Austria, rimane invischiata, lentamente ma inesorabilmente, entro una cornice di bigottismo e di moralità superstiziosa entro le cui spire una donna bella non deve aver avuto vita facile specie se maritata giovanissima – si dice avesse poco più di 15 anni – con un vecchio vedovo.
Ebbene, la Caterina del romanzo ha la presunzione di rappresentare questa ideale ‘donna-vittima’ dilatando la sua storia nel tempo per farsi testimonianza, ieri come oggi, dello spesso difficile rapporto tra universo maschile e universo femminile come attestano i tanti fatti di cronaca quotidiana.
Due documenti d’archivio rappresentano la base del palinsesto della narrazione: entrambi, partendo dalla profezia astrologica che la indica quale “donna di facili costumi”, ne tratteggiano l’indole perversa e l’amoralità rappresentandola nel carcere di Volterra in compagnia di un cane, galline, porcellini d’India cosìcche con «… simili animali immondi per la continua conversazione de’ quali empitesi di fastidio e sudiciume miseramente e infamemente morì nel detto anno 1658».
Al di là degli effettivi riferimenti storici, l’intento del romanzo è quello di raccontare una donna ‘forte’ perché capace di andare contro corrente ma, al tempo stesso, fragile perché privata – fin dall’infanzia – di quelle basi di affetto, amore e comprensione senza le quali ogni individuo – uomo o donna che sia – diventa facile oggetto di debolezze e sopraffazioni.